I Laureati in Medicina e Chirurgia

Nel 40° Anniversario del Servizio Sanitario Nazionale

I laureati in Medicina e Chirurgia (Dottori in Medicina o DM) si suddividono in due grandi categorie: i Clinici e i Non-clinici.
I primi (DM, C) sono coloro che si dedicano alla cura dei malati, i secondi svolgono attività sanitarie diverse: lavorano nei servizi sanitari, come laboratori o radiologia (DM, S), nella ricerca sanitaria (DM, R), nella sanità pubblica (DM, P), nella organizzazione e gestione della sanità (DM, G), nell’accademia (DM, A).
La distinzione è importante per consentirci di organizzare meglio il Servizio Sanitario e correggere alcuni errori del passato. Il più importante è quello di pretendere che i Clinici svolgano mansioni amministrative e gestionali. Il Clinico non deve fare altro che il clinico, giacché fare bene la clinica è molto difficile e deve essere il suo unico compito. Anche l’organizzazione dell’Ospedale e delle Strutture sanitarie extra-ospedaliere verrebbe allora migliorata. Il Primario deve rappresentare il leader e il vertice del reparto e del suo personale per la performance professionale, la qualità della clinica, l’aggiornamento (specie nel caso in si attui un Continous Professional Development o CPD e i collaboratori gestiscano un portfolio della conoscenza), e non deve essere gravato da compiti impropri di tipo gestionale e amministrativo. Queste mansioni esigono che il DM, G venga preparato ad esse: nel grande Ospedale sarà il Capo Dipartimento la figura più impegnata, che auspico venga selezionato tra i Clinici se ha attitudine in questa funzione e preparato alla bisogna.
In merito ai Dipartimenti io credo che essi dovrebbero ricevere dall’Amministrazione centrale la delega e le risorse per gestire l’assistenza ai pazienti, il governo clinico e l’aggiornamento del proprio personale. In altri termini l’Amministrazione centrale dovrebbe delegare ai Dipartimenti (e quindi ai Medici) i poteri e la responsabilità di produrre servizi di quantità, qualità e costo pre-negoziati, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio, di scegliere e gestire il proprio personale, di ordinare la spesa. Il Dipartimento e il suo Organismo di Direzione, con i dovuti supporti amministrativi e tecnici, risponderanno del loro operato e finalmente i malati saranno curati dai Medici invece che da Amministratori.
Non posso qui frenare il mio biasimo per l’istituto della esclusività del rapporto di lavoro dei Medici pubblici dipendenti e della libera professione intra–moenia. A fronte di un incremento di salario, questi Medici hanno optato in massa per il rapporto di esclusività senza rendersi conto che cosi cadevano nella trappola di perdere le loro prerogative di professionisti per assimilarsi alla figura di impiegato pubblico. Tale scelta, favorita da alcuni sindacati vicini alla Sinistra, è perniciosa anche perché trascina con sé il divieto a una libera professione che non sia autorizzata dall’Amministrazione e da questa gestita trattenendo una percentuale cospicua della tariffa. Perniciosa anche per il paziente, che rileva come in uno stesso Ospedale chi paga viene servito prima degli altri, e per i principi stessi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che non accettano discriminazioni e che lo vogliono gratuito al punto di erogazione perché già finanziato con le tasse pagate dai cittadini; per non arrivare a dire che si tratta di pratica assai discutibile sotto il profilo etico. Non capisco perché il Medico (che dovrebbe restare un professionista!) non possa esercitare la libera professione al di fuori della Struttura pubblica da cui dipende, una volta che abbia esaurito prioritariamente il suo debito contrattuale con essa,*) e perché la libera prestazione non possa essere effettuata in tutti gli ambiti pubblici o privati, inclusa una Struttura solventi dell’Ospedale stesso se esistente, con un contratto libero-professionale e regolarmente denunciata al Fisco, come qualunque altra attività professionale senza necessità di vincoli farraginosi e illiberali (inclusi quelli che impongono l’esclusività nei bandi di assunzione) e nocivi ai Medici, ai cittadini e al SSN, intrisi di ideologia e di pregiudizi verso il Medico.
Una parola infine su un possibile Piano ospedaliero. E’ provato che l’organizzazione sanitaria migliore del territorio prevede un Ospedale di Riferimento (Hub per cura, ricerca e didattica), interconnesso con un territorio in modo stretto, e quindi collegato funzionalmente con Presidi Ospedalieri Territoriali (POT), Case della Salute, RSA (e quindi con i Medici di Famiglia) (Spoke) per assicurare a questi un continuo sostegno diagnostico, terapeutico e diadattico e per ricevere e concentrare casistica e dati. Questi Hub devono infatti effettuare anche ricerca e, a questo scopo, devono essere dotati di una Direzione scientifica che la organizza. Anche qui sappiamo che non tutti i Clinici, pur potendo essere eccellenti nella professione, hanno attitudine alla ricerca clinica, e anche qui è necessario che essi vengano sostenuti nella bisogna da personale esperto delle Direzione scientifica che sappia costruire progetti di ricerca, analizzare i dati, scrivere i lavori scientifici (Ghost writers).
Cosi facendo, e cioè apportando chiarezza di ruoli e funzioni, io credo che tutto potrebbe funzionare meglio e si eviterebbe con la confusione e la commistione impropria, il burn-out dei Medici che oggi sta affliggendo tutto il nostro Corpo di sanitari. Sarebbe per loro più facile lavorare, aggiornarsi, studiare e fare carriera perché una carriera ben articolata va ridisegnata, se non altro a scopo motivazionale. In altri termini si attuerebbe quella strategia del personale capace di motivarlo e quella buona organizzazione della sanità che Malati e Medici invocano da molti anni.

*) Lo stesso ragionamento si applica anche agli infermieri, che fin dal 2001 hanno diritto ad esercitare la libera professione.

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